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giovedì, 01 gennaio 2009

Alla fine di ogni anno, Il Sole 24 Ore stila la classifica sulla vivibilità delle 103 province d’Italia, in base a dati statistici che riguardano:l’occupazione, la natalità, la sanità, i reati, il tempo libero e il tenore di vita.

La prima cosa che si nota guardando la classifica è il divario tra le province del nord e quelle del sud: nelle prime 60 posizioni non si trovano province meridionali, che invece le occupano tutte le posizioni dalla 77 all’ultima.

Leggendo le statistiche su cui si basa la classifica, questa differenza è dovuta a 2 principali motivi. Il primo è quello della delinquenza, molto più diffusa al sud e soprattutto non denunciata, l’altro è l’occupazione e la capacità di fare impresa. Nelle province del mezzogiorno è molto elevato il tasso di disoccupazione e il numero di fallimento delle imprese.

Al primo posto si trova Aosta con 611 punti seguita da Belluno (609) e Bolzano chiude il podio con 603 punti.

Arriviamo ora alla nostra provincia:Foggia con 394 punti si trova al 99^ posto… E bene si, rispetto all’anno scorso è salita di ben 2 posti(!)…

Vedendo i dati riguardanti la capitanata si evince che i problemi sono la disoccupazione giovanile dove sotto di noi ci sono solo Palermo e Caltanissetta, le rapine e i furti d’auto, la rapidità delle cause(rapidità si fa per dire a Foggia) dove addirittura siamo gli ultimi in Italia, come siamo ultimi per quanto riguarda il costo della vita nella nostra provincia e l’importo degli stipendi e dei salari. In poche parole niente di nuovo, i soliti problemi che ormai affliggono noi da decenni.

Si lavora solo per raccomandazione (ormai se ne sono occupati anche le Iene e Striscia la Notizia), purtroppo, abbiamo una mentalità che non può far altro che peggiorare la situazione, quasi di rassegnazione e manca proprio lo spirito del cambiamento. Per quanto riguarda l’aspetto imprenditoriale che farebbe aumentare il livello occupazionale, questo è assente, ci sono città del centro-nord, nelle quali si vedono sorgere aziende e attività commerciali quasi dal nulla, ci sono numerose cooperative, cosa che qui è totalmente assente. Ovviamente, senza lavoro, con nessuna prospettiva, o si va fuori o si rimane qui ad arrangiarsi facendo quel che si può e si trova o, nei casi peggiori, si cade nella malavita.

 http://www.ilsole24ore.com/

Ringrazio Blascofg90 che ha scritto l'articolo.

postato da: T3rminator alle ore 21:44 | Permalink | commenti (3)
categoria:italia, curiosità
domenica, 26 ottobre 2008

Un Paese fermo, consegnato all'immobilità: ecco come appare oggi l'Italia. Non già nella cronaca convulsa del giorno per giorno, nell'agitazione della lotta politica, nei movimenti sempre imprevedibili di una società composita, frammentata e priva di inquadramenti istituzionali forti. Ma un Paese fermo perché anche nelle sue élites prigioniero dei luoghi comuni, incapace di pensare e di fare cose nuove in modo nuovo, di sciogliere i nodi che da tanto tempo ostacolano il suo cammino.

Da trent'anni ci portiamo sulle spalle un debito pubblico smisurato che non riusciamo a diminuire neppure di tanto. Da decenni dobbiamo riformare la scuola, la Rai, la sanità, le pensioni, la magistratura, la legge sulla cittadinanza, e siamo sempre lì a discutere come farlo. Da decenni dobbiamo costruire la Pedemontana, le prigioni che mancano, il sistema degli acquedotti che fa acqua, il ponte sullo Stretto, le metropolitane nelle città, la Salerno- Reggio Calabria, la Tav del corridoio 5, e non so più cos'altro. Ma non lo facciamo o lo facciamo con una lentezza esasperante. Nel tempo che gli altri cambiano il volto di una città, costruiscono una biblioteca gigantesca, un museo straordinario, noi sì e no mettiamo a punto un progetto di massima sul quale avviare discussioni senza fine.

Perché in Italia le cose vanno così? I motivi sono mille ma alla fine sono tutti riconducibili a una sensazione precisa: siamo una società prigioniera del passato. Con lo sguardo perennemente rivolto all'indietro, che ama crogiolarsi sempre negli stessi discorsi, nelle stesse contrapposizioni, nelle stesse dispute, assistere sempre allo spettacolo degli stessi gesti e degli stessi attori. Da noi il passato non diviene mai inutile o inutilizzabile. Non si butta via mai niente. Ogni cosa è potenzialmente per sempre: ogni ruolo, ogni carica è a vita, e pure se siamo reduci da qualcosa lo siamo comunque in servizio permanente effettivo. In un'atmosfera di soffocante ripetitività siamo sempre spinti a conservare o a replicare tutto: idee, appuntamenti stagionali, parole d'ordine, comizi, titoli di giornali.
Ci domina una sorta di freudiana ritenzione anale infantile: paurosi di abbandonarci alla libertà creativa e innovativa dell'età adulta, a staccarci dalla comodità del già noto, solo noi, nella nostra vita pubblica, abbiamo inventato la figura oracolare e un po' ridicola del «padre della patria» con obbligo di universale reverenza. È, il nostro, l'immobilismo di un Paese abbarbicato a ciò che ha vissuto perché non riesce a credere più nel proprio futuro, di un Paese che sotto la vernice di un'eterna propensione alla rissa in realtà fugge come la peste ogni rottura e conflitto veri, e desidera solo continuità. Che come un vecchio Narciso incartapecorito anela solo a rispecchiarsi nel già visto.

Un Paese, come c'informa La Stampa di qualche giorno fa, dove Guido Viale, antico giovane di un remoto «anno dei portenti », si compiace — invece di averne orrore — che oggi «le occupazioni delle scuole si fanno assieme ai genitori», e che «questi ragazzi lottano accanto ai professori e ai presidi». Già, «accanto ai professori e ai presidi»: che lotte devono essere! E comunque è con queste, buono a sapersi, che l'Italia si allena ai duri cimenti dell'avvenire.

di Ernesto Galli della Loggia

da www.corriere.it

postato da: T3rminator alle ore 09:28 | Permalink | commenti
categoria:italia, dibattito

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