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martedì, 11 agosto 2009

La teoria del tutto (in inglese TOE: Theory Of Everything) è, in fisica, una teoria che ha l'ambizione di spiegare, da sola, tutti i fenomeni fisici conosciuti.

Questo termine è stato spesso usato in senso ironico perché numerosi fisici ritengono che una teoria del tutto sia una chimera irraggiungibile e perché decreterebbe la fine della ricerca in fisica teorica. In realtà essa è la logica conseguenza di un ragionamento che si fonda sul fatto, sperimentalmente comprovato, che l'universo è, allo stato attuale, in fase di espansione. Ciò implica che in passato esso era più piccolo di oggi. Andando a ritroso nel tempo l'universo risulterebbe sempre più piccolo fino ad arrivare ad una fase in cui le sue dimensioni erano inferiori alla cosiddetta lunghezza di Planck (1,616x10-35 m) dove le leggi conosciute della fisica perdono di significato. Tutto ciò che oggi osserviamo ha dunque un antenato comune per cui deve esistere una teoria, una teoria del tutto appunto, in grado di spiegare l'intero universo.

Nel corso degli ultimi cento anni la fisica è stata completamente rivoluzionata e sono sorte due teorie tra loro apparentemente incompatibili: la meccanica quantistica e la relatività generale. La prima concerne il mondo dell'infinitamente piccolo cioè le particelle fondamentali quali l'elettrone, il fotone, i quark e le interazioni che le riguardano (interazione forte, interazione debole ed elettromagnetismo); l'altra il mondo dell'infinitamente grande cioè la cosmologia e la quarta forza fondamentale della natura: la gravità. Fondamentalmente la difficoltà principale risiede nel fatto che la meccanica quantistica è costituita da leggi che vengono applicate in uno spaziotempo a curvatura nulla (cosiddetto spazio-tempo di Minkowski) mentre la relatività generale comporta uno spazio-tempo a curvatura non-nulla. Negli ultimi anni di vita, quando viveva a Princeton nel New Jersey, Einstein stesso tentò senza successo di conciliare le due teorie. Il compito appariva talmente arduo che molti fisici persero interesse in esso ed il tentativo di unificazione delle forze (o interazioni) fondamentali della natura in un unica teoria coerente perse di attrattiva e venne accantonato.

Alcuni teorici, tuttavia, perseverarono nel perseguimento della ricerca di una teoria onnicomprensiva ed intorno alla fine degli anni sessanta furono ottenuti alcuni primi successi incoraggianti con l'introduzione di un concetto nuovo e rivoluzionario in fisica: le particelle fondamentali, che erano sempre state considerate puntiformi e quindi a-dimensionali, potevano essere invece trattate come oggetti a una dimensione, cioè come stringhe. Lo sviluppo di questa idea portò progressivamente alla teoria delle stringhe.

Tale ambiziosa teoria non ha ancora avuto conferme sperimentali. Più che di una semplice teoria, si potrebbe parlare di circa 10^300 possibili versioni, visto che la struttura matematica che la sorregge presenta molti gradi di libertà. Le teorie di stringa contemplano l'esistenza di un mondo caratterizzato da diverse dimensioni, in certi casi "appallottolate" in spazi di fatto inosservabili. Queste teorie purtroppo non risolvono ancora il problema della causalità, nella fattispecie dell'autoreazione particellare, né riescono a superare il concetto di "particella di scambio" e tantomeno il problema della massa mancante nell'universo.

In sostanza, ancora si è lontani da una vera "Teoria del Tutto", che sia totalmente locale e in accordo con il senso comune, come sognato da Albert Einstein. Né abbiamo a disposizione modelli eleganti, come teorizzato da Dirac.

La Fisica dei campi e delle particelle è pertanto una branca aperta e in buona parte misteriosa della ricerca scientifica. La sfida intellettuale di una vera unificazione è a tutt'oggi aperta.

 

da www.thepolloweb.blogspot.com

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categoria:scienza
mercoledì, 01 luglio 2009

Il mistero di Tunguska potrebbe avere le ore contate. La misteriosa esplosione, pari a mille atomiche di Hiroshima, avvenuta 99 anni fa nella remota località della Siberia, sta per avere una spiegazione scientifica grazie ai ricercatori del Cnr e dell'Università di Bologna.
Per anni si è fantasticato attorno alle cause dell'esplosione: si è parlato di Ufo, antimateria, buchi neri o altri fenomeni mai dimostrati. Ora i nostri scienziati sono certi di avere in mano le prove che a Tunguska si è verificato il maggiore impatto storicamente accertato tra il nostro Pianeta e un corpo celeste.
La vicenda. Alle 7,14 del 30 giugno 1908 una devastante esplosione nelle vicinanze del fiume Podkamennaja Tunguska, abbattè 60 milioni di alberi in un'area di 2150 chilometri quadrati. Il rumore dell'esplosione fu udito a 1000 chilometri di distanza. Alcuni testimoni che si trovavano a 500 chilometri dal punto di impatto, riferirono di aver visto sollevarsi una nube di fumo all'orizzonte. Alcuni convogli della Ferrovia Transiberiana, a 600 chilometri dal punto di impatto rischiarono quasi di deragliare. Ma a Tunguska non è rimasta nessuna traccia di un cratere di impatto o di altri elementi chiaramenti riconducibile ad un corpo di origine extraterrestre. Almeno fino ad oggi.

Asteroide o cometa. Sulla rivista scientifica 'Terra Nova', è stato pubblicato il lavoro di un gruppo di ricercatori italiani dell'Ismar-Cnr e delle Università di Bologna e Trieste - Luca Gasperini, Francesca Alvisi, Gianni Biasini, Enrico Bonatti, Giuseppe Longo, Michele Pipan e Romano Serra - che hanno condotto sul luogo una spedizione scientifica. Dagli studi risulta che il lago Cheko, un piccolo specchio d'acqua, circa 500 metri di diametro, situato ad una decina di chilometri dall'epicentro dell'esplosione del 1908, può essere il cratere causato dall'impatto di un 'frammento' di circa cinque metri, sopravvissuto all'esplosione principale, che si è schiantato a 'bassa velocità', ovvero a circa un chilometro al secondo.
"L'esplosione si sarebbe verificata nell'atmosfera, 5-10 chilometri al di sopra della regione di Tunguska - spiega Luca Gasperini dell'Ismar-Cnr di Bologna -. Si è trattato della deflagrazione di un asteroide o di una cometa, (la prima ipotesi sostenuta in particolare da scienziati americani, mentre la seconda è sostenuta da ricercatori russi, ndr), di circa 50-80 metri di diametro. La zona di devastazione se centrata su Bologna - sottolinea il ricercatore - raggiungerebbe Ferrara, Forlì e Modena".
La ricerca. "Abbiamo effettuato uno studio geofisico e sedimentologico del lago per verificare se la sua formazione potesse essere correlata all'evento, e per rilevare nella sequenza sedimentaria del lago evidenze geofisiche e geochimiche dalle quali trarre informazioni sulla natura dell'oggetto cosmico", ha spiegato Luca Gasperini dell'Ismar-Cnr. "Varie spedizioni di studiosi avevano già esplorato la zona dell'esplosione senza trovare segni d'impatto o frammenti, e formulando ipotesi, anche molto diverse fra loro, per far luce su quello che è ormai considerato a tutti gli effetti un 'mistero'. Il nostro studio sul campo è stato effettuato principalmente utilizzando rilievi di acustica subacquea, con un obiettivo dunque più ambizioso di quello della prima spedizione italiana, avvenuta nel 1991, anch'essa organizzata dal professor Giuseppe Longo dell'Università di Bologna, e limitata alla ricerca di microparticelle dell'oggetto cosmico nella resina degli alberi".

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categoria:scienza, curiosità
giovedì, 09 aprile 2009

I terremoti di solito si concentrano in alcune zone geografiche che corrispondono alle zone “attive” dal punto di vista tettonico e vulcanico. In questa immagine possiamo vedere gli epicentri di 358214 eventi sismici che si sono verificati tra il 1963 e il 1998.

Dalla mappa vediamo che i terremoti sono concentrati soprattutto in corrispondenza delle catene montuose e dei confini delle placche tettoniche. Possiamo seguire facilmente anche le linee delle dorsali sottomarine, che sono delle zone in cui le placche si allontanano. Una delle dorsali più studiate è la dorsale medio-atlantica, che possiamo vedere tra le due americhe e l’Europa e l’Africa. Questa catena sottomarina di vulcani produce terremoti ed eruzioni e in alcuni punti è così alta da emergere sopra la superficie del mare, come in corrispondenza dell’Islanda. Questa isola infatti è costellata di vulcani.

da http://miaplacidusedaltriracconti.blogspot.com/

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categoria:scienza, curiosità
domenica, 08 febbraio 2009
Noi sappiamo che la velocità della luce non è infinita, anche se è molto alta rispetto alle velocità a cui siamo abituati. Nel passato molti hanno misurato la velocità della luce e ovviamente le misure più recenti sono le più sofisticate e precise.

Ufficialmente la misura più precisa di questa velocità, che è un limite nell’Universo, è di 299792458 metri al secondo.

All'inizio del XVII secolo, molti scienziati erano convinti che la luce si propagasse in maniera istantanea, cioè che essa non impiegasse alcun tempo per andare da un luogo ad un altro. Questo equivoco era giustificato dal fatto che in effetti nell’esperienza quotidiana non si assiste ad alcun effetto dovuto a questa propagazione.

Galileo però aveva intuito che ciò non era vero, per questo ideò un esperimento per misurare la velocità della luce: insieme ad un assistente, presero una lanterna schermata e andarono sulla cima di due colline che distavano un miglio. Galileo scoprì la sua lanterna, e l'assistente, non appena vide la luce, scoprì a sua volta la lanterna. Galileo avrebbe quindi dovuto misurare il tempo necessario per vedere la luce dall'altra collina.

A quel punto era sufficiente dividere la distanza per il tempo per ottenere la velocità della luce.

Ovviamente l’esperimento non portò ad alcun risultato, questo perché la velocità della luce è troppo grande per essere misurata in questo modo. Infatti i tempi da misurare sarebbero stati di circa 0,000005 secondi, cioè intervalli di tempo troppo piccoli per essere misurati con la strumentazione a disposizione di Galileo a quel tempo.

Restò il fatto che Galileo mantenne la sua convinzione che la luce avesse una velocità finita e che si sarebbe potuta comunque misurare con strumenti più precisi o con metodi che lui non era riuscito ancora a pensare.

E aveva perfettamente ragione, tanto che questa sua intuizione può essere considerata un vero e proprio esempio di “lungimiranza scientifica”, qualità che Galileo ha dimostrato anche in altri casi. E fu nel 1676 che Rømer riuscì a misurare efficacemente la velocità della luce, notando delle anomalie nei tempi delle eclissi dei satelliti di Giove. Egli trovò una velocità di circa 210800000 m/s, che differisce significativamente dalle misure più moderne. Tuttavia fu il primo ad avere successo nel misurare questa immensa velocità.

da http://miaplacidusedaltriracconti.blogspot.com/

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categoria:scienza, invenzioni, curiosità
venerdì, 06 febbraio 2009

Una stima del 600, dello studioso britannico Robert Hooke, affermava che la nostra mente può contenere 3.155.760.000 idee distinte.

Questa è stata in seguito smentita, secondo recenti studi comparsi sulla rivista New Scientist, la stima più realistica si aggirerebbe intorno a:
10 elevato a 80.000.000.000.000 che equivale a 1 seguito da 80 miliardi di zeri (pensiero + pensiero - ), un numero enormemente più grande perfino di tutti gli atomi contenuti nell’universo.
Il calcolo è stato fatto in base a tutte le possibili connessioni neuronali, considerando che il cervello contiene circa 10 miliardi di neuroni e che ogni neurone ha circa un migliaio di estensioni ( i dendriti), che lo connnettono ad altri mille.
Semplice no?

 

da http://thepolloweb.blogspot.com

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categoria:scienza, medicina, curiosità
mercoledì, 28 gennaio 2009
La Turritopsis Nutricola è in grado di tornare ad una forma giovanile anche dopo avere raggiunto la maturità sessuale. I biologi marini si sono accorti che le popolazioni di questa medusa sono diventate molto numerose proprio perché questo essere vivente in realtà non muore. Il Dott. Maria Miglietta dello Smithsonian Tropical Marine Institute, ha dichiarato: "Stiamo osservando una silenziosa invasione in tutto il mondo". Le meduse sono originarie dei Caraibi, ma adesso si stanno diffondendo in tutti i mari. La Turritopsis Nutricola è un Idrozoo ed è l’unico animale conosciuto in grado, autonomamente, di tornare alla sua forma giovanile. Gli scienziati ritengono che questo processo si possa ripetere all’infinito, rendendo questa medusa virtualmente immortale. Adesso questo piccolo essere vivente, largo al massimo 5 millimetri, viene studiato assiduamente dai genetisti per scoprire esattamente come avviene questo processo di “ringiovanimento”.

da ilpoteredellafantasia
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categoria:scienza, curiosità
venerdì, 23 gennaio 2009
Provocato dal solito prof Leo54, pubblico un bell'articolo sull'effetto tunnel nella fisica quantistica.

Il cosiddetto effetto tunnel costituisce una delle più curiose manifestazioni della natura quantistica della materia. La sua fenomenologia si può racchiudere in un esempio: abbiamo di fronte a noi un muro alto diversi metri e lo dobbiamo superare. Apriamo il nostro libro di fisica classica, e dopo poco ci convinciamo che l'unico modo è arrampicarci con pazienza fino in cima, ovvero portarci a una energia potenziale gravitazionale più alta rispetto a quella del muro. L'arrampicata ci costerà un'energia pari al guadagno di energia potenziale gravitazionale. Saltando giù dalla parte opposta, riavremo indietro l'energia spesa sotto forma di energia cinetica. Se invece apriamo il libro di fisica quantistica, scopriamo che c'è un altro metodo che potrebbe funzionare: se corriamo (con fiducia...) verso il muro, c'è una certa probabilità non nulla di riuscire ad attraversarlo (senza demolirlo) e di ritrovarci a correre indisturbati dalla parte opposta. Come se avessimo attraversato un tunnel. La nostra esperienza quotidiana ci suggerisce (anche senza provare) che questo fenomeno non avviene mai per gli oggetti macroscopici; viene invece osservato sotto vari aspetti nello scenario (quantistico) delle particelle elementari.

L'interazione di una particella in moto con una barriera di energia potenziale (per esempio dovuta a un campo elettrico o alla combinazione di forze attrattive e repulsive) viene descritta solitamente sfruttando la natura ondulatoria delle particelle elementari. In tal modo è possibile calcolare la probabilità che l'incontro con l'ostacolo produca una riflessione o che la barriera sia attreversata. L'aspetto puramente quantistico sta nel fatto che la probabilità di attraversamento non si annulla nel caso in cui l'energia della particella sia inferiore all'altezza della barriera. La "trasparenza" è determinata essenzialmente dall'altezza della barriera, dalla sua larghezza e dalla massa della particella. Come risulta intuitivo, l'attraversamento è tanto più facile quanto la barriera risulta bassa (rispetto all'energia della particella) e stretta; inoltre si riduce rapidamente a zero non appena la massa della particella in esame supera i limiti del modo subatomico (ricordiamoci che la massa di un elettrone è dell'ordine di 10-30 kg).

Da un altro punto di vista possiamo inquadrare il fenomeno grazie al principio di indeterminazione di Heisenberg: il piccolissimo grado di indeterminazione esistente tra i vari livelli di energia e tempo, si traduce in rapidissime fluttuazioni dei sistemi microfisici. Per tempi che si aggirano intorno al miliardesimo di trilionesimo di secondo, un gruppo di elettroni pur prendere a prestito dal "nulla" sufficiente energia e oltrepassare una barriera di potenziale altrimenti insuperabile.

L'effetto tunnel viene sfruttato nei moderni microscopi a scansione capaci di visualizzare la superficie dei solidi con risoluzione atomica, cosa del tutto impensabile fino a pochi decenni or sono. Applicando una differenza di potenziale tra la superficie in esame e una affilatissima punta metallica posta a qualche nanometro di distanza, si creano le condizioni per il passaggio di una corrente di elettroni che saltano dalla punta al campione per effetto tunnel. La dipendenza esponenziale dell'intensità di tale corrente dalla distanza punta-superficie consente di misurare variazioni di "quota" sulla superficie stessa minori delle dimensioni degli atomi che la costituiscono. Alcuni spettacolari esempi di immagini di sistemi reali si possono vedere ad esempio visitando il sito http://www.almaden.ibm.com/vis/stm/corral.html

L'effetto tunnel gioca un ruolo decisivo anche nel campo della fisica nucleare. Ad esempio, per penetrare in un nucleo e dar luogo a una reazione nucleare, un protone deve superare la barriera di potenziale che risulta dalla combinazione della repulsione coulombiana col campo attrattivo delle forze nucleari (di intensità molto più elevata ma di raggio d'azione estremamente breve). Si osservano comunemente reazioni nucleari prodotte da protoni od altre particelle cariche di energia inferiore all'altezza della barriera suddetta. Della stessa natura è il fenomeno della radioattività alfa.

 

da http://ulisse.sissa.it/chiediAUlisse/domanda/2002/Ucau021119d001

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categoria:scienza, invenzioni, curiosità
mercoledì, 14 gennaio 2009

Tra quattro anni il Sole attacchera' il nostro pianeta

Secondo le previsioni degli scienziati, il Sole raggiungerà la sua massima attività nel periodo che va dalla fine del 2011 all'inizio del 2012, e si tratterà di un'attività talmente intensa che influenzerà notevolmente l'operato delle attrezzature elettriche e di navigazione sulla Terra.

Secondo infatti quanto affermato da un gruppo di astronomi europei ed americani, nel periodo della sua massima attività sul Sole verranno a formarsi dalle 90 alle 140 nuove macchie. Gli astronomi sono giunti alla conclusione che proprio nell'arco di questo periodo avranno luogo due particolarmente potenti tempeste magnetiche che, secondo i loro calcoli, sono attese rispettivamente nell'ottobre 2011 e nell'agosto dell'anno seguente.

“Oggigiorno parliamo di periodi approssimativi, sebbene tra 6-12 mesi sarà possibile essere assai più precisi a proposito”, ha dichiarato lo specialista del Centro di ricerche di fenomeni cosmici del Colorado Douglas Beseker. Gli astronomi ricordano inoltre che il quantitativo di macchie osservate nel periodo di massima attività del Sole varia dalle 75 alle 155 e che è proprio in questo periodo che avviene la massimale emissione di radiazioni solari.

Va notato a questo proposito che le previsioni relative all'attività solare vengono sempre più richieste col passare degli anni da parte di un notevole quantitativo di compagnie, dal momento che esse dispongono di un sempre maggiore quantitativo di attrezzature elettriche e di navigazione che rischiano di venire seriamente danneggiate dall'influenza solare.

Va detto infine che, secondo calcoli sommari, oggigiorno il costo complessivo dei satelliti attualmente in orbita corrisponde a circa 200 miliardi di dollari.

da http://www.ecplanet.com/canale/astronomia-9/sole-160/0/0/32805/it/ecplanet.rxdf

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categoria:scienza, curiosità
sabato, 10 gennaio 2009
In occasione dell'anno internazionale dell'astronomia, cioè il 2009, vi propongo un post sulla storia del telescopio.

Concettualmente si tratta di apparecchiature molto semplici, composte essenzialmente da due parti ben distinte: il tubo ottico e il supporto meccanico.

A sua volta il tubo ottico si compone dell'obiettivo, che forma un'immagine dell'oggetto da osservare, e dell'oculare, una specie di lente di ingrandimento per consentire all'occhio di apprezzare tutti i dettagli contenuti nell'immagine formata dall'obiettivo. Quest'ultimo, che è il pezzo d'ottica di maggiori dimensioni, è quello rivolto verso l'astro da osservare.

Il supporto meccanico, chiamato montatura, non ha soltanto il compito di sostenere e tenere fermo il tubo nella direzione voluta, ma anche quello importantissimo di consentire un movimento dolce e preciso all'altezza delle prestazioni ottiche. Per questo, una buona struttura meccanica spesso viene a costare più della parte ottica.

Il vocabolo "telescopio", che è stato coniato dal Demisiani nel 1611, deriva dal greco. In Italia, seguendo l'uso anglosassone, si indicano come telescopi tutti gli strumenti ottici destinati all'osservazione del cielo, mentre con "cannocchiali" si designano quelli riservati alla visione di panorami terrestri.

La capacità di vedere distintamente di qualsiasi telescopio è determinata dalle sue dimensioni e, più precisamente, dal diametro del suo obiettivo.

La storia del telescopio è costellata da innumerevoli tappe verso prestazioni sempre più esaltanti. L'invenzione di uno strumento ottico in grado di "avvicinare" risale al 1608 ed è opera di occhialai olandesi, ma il primo ad utilizzare la nuova scoperta per l'osservazione del cielo fu Galileo nel 1609. Il grande pisano apportò notevoli miglioramenti ai primi rozzi strumenti; la sua migliore realizzazione arrivava ad ingrandire 23 volte contro le 3-4 volte dei primi tentativi.

L'arte di lavorare le lenti migliorò lentamente ma costantemente nel diciassettesimo secolo, lo stesso che vide Newton presentare la sua invenzione: il telescopio con obiettivo a specchio o riflettore. Questo si diffuse parecchio nel diciottesimo secolo grazie a W.Hershel, che arrivò a costruirne uno di ben 1,2 metri. Un'enormità per l'epoca.

Il secolo seguente vide invece l'affermazione del telescopio a lenti o rifrattore (dello stesso tipo di quello utilizzato da Galilei), grazie soprattutto alle non comuni doti di J.Fraunhofer, che portò l'arte del telescopio rifrattore quasi ai livelli di oggi. Ma già alla fine del secolo scorso ci si accorse che costruire lenti oltre 1 metro comportava tali e tanti svantaggi da far rifiorire la soluzione a specchio. Attualmente tutti i più grandi telescopi del mondo utilizzano tali tipi di telescopio.

I telescopi si dividono in due o - meglio - tre categorie: con obiettivi a lente, con obiettivi a specchio e misti, cioè caratterizzati da entrambi gli elementi. I primi sono noti come "cannocchiali" o rifrattori, per il fatto che la formazione dell'immagine di basa sulla deviazione (rifrazione) che subiscono i raggi luminosi quando passano attraverso le lenti. Quelli a specchio prevendono l'introduzione appunto di tale elemento nello schema costruttivo, allo scopo di diminuire le dimensioni d'ingombro dello strumento a parità di lunghezza focale.

da http://astrolink.mclink.it/tele.htm
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categoria:scienza, astronomia, invenzioni, curiosità
venerdì, 26 dicembre 2008
"Due diverse visioni del mondo si sono scontrate fin dai primordi della civiltà, da quando due tra i più antichi filosofi greci presero posizioni contrapposte in materia di tempo e mutamento: Eraclito, che sosteneva la necessità dell'eterno scorrere del tutto, e Parmenide, che pensava addirittura che il tempo e il moto non esistessero. Ben pochi pensatori, nelle epoche successive, hanno preso sul serio le idee di Parmenide; io invece sosterrò qui che l'eterno fluire eracliteo forse non è che una radicata illusione. Vi condurrò in un punto in cui il tempo finisce".

Una volta Richard Feynman disse che il tempo è ciò che accade quando non accade nient'altro. Julian Barbour non è d'accordo: se non accadesse niente, se tutto restasse immutato, anche il tempo si fermerebbe. Il tempo non è altro che cambiamento. Ciò che percepiamo di quanto accade attorno a noi è il cambiamento, non il tempo. Di fatto il tempo non esiste.

Questa è la presentazione del libro di Julian Barbour "La fine del tempo". Libro che mi appresto a leggere. Voi cosa ne pensate? Che idea avete del tempo, ci avete mai pensato?
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categoria:scienza, curiosità
sabato, 20 dicembre 2008
È un progetto della Hybrid Medical Animation questo fantastico flash 3D del cuore umano in movimento. È possibile, tramite i controlli, visualizzare il flusso ematico del muscolo cardico e visualizzarlo in trasparenza. Utilissimo a fini didattici ma spettacolare per chi non è del mestiere. Nel sito della Hybrid Medical Animation oltre al cuore è possibile vedere altre fantastiche animazioni sempre sul corpo umano e più precisamente su come trattare determinate malattie con ausilio della chilurgia. Ecco i link:
da www.disinformato.ch
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categoria:scienza, curiosità
domenica, 02 novembre 2008
Il cervello degli esseri umani non legge ogni singola lettera di una parola, ma legge la parola nel suo insieme.
(leggete e non preoccupatevi)
Sneocdo uno sdtiuo dlel'Untisveria' di Cadmbrige, non irmptoa cmoe snoo sctrite le plaroe, ttute le letetre posnsoo esesre al pstoo sbgalaito, e' ipmtortane sloo che la prmia e l'umltia letrtea saino al ptoso gtsiuo, il rteso non ctona.
Il cerlvelo e' comquune semrpe in gdrao di decraifre tttuo qtueso coas, pchere' non lgege ongi silngoa ltetrea, ma lgege la palroa nel suo insmiee... vstio?

da www.thepolloweb.blogspot.com
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categoria:scienza, curiosità
martedì, 28 ottobre 2008
La Storia
I raggi X furono scoperti,quasi per caso, dal tedesco Roentgen (premio Nobel per la Fisica nel 1901), una sera del Novembre 1895.
Roentgen era intento a studiare i fenomeni associati al passaggio di corrente elettrica attraverso gas a pressione bassa.Stava lavorando in una stanza oscura ed aveva avvolto il tubo di scarica in uno spesso foglio di cartone nero per eliminare interamente la luce, quando un foglio di carta ricoperto da un lato da una sostanza fosforescente, che si trovava su un tavolo vicino, divenne fluorescente.
Lui si spiegò il fenomeno come dovuto all'emissione, dal tubo di scarica, di raggi invisibili che eccitavano la fluorescenza.
Da quel momento si iniziò a parlare di raggi Roentgen che poi divennero raggi X (chiamati così dallo stesso Roentgen per indicare che si trattava di una radiazione "X", sconosciuta).

Impiego Attuale
Comune è l’impiego dei raggi X nella radiografia e nella tomografia (TAC) moderne. Quando un fascio di radiazioni X passa attraverso l'oggetto da esaminare, viene assorbito (o meglio attenuato) in modo esponenziale in funzione dello spessore e della densità della materia penetrata. Così,i raggi X passanti e attenuati impressionano una lastra fotografica posta dietro appena l'oggetto da esaminare.

Sviluppo Futuro
Alcuni ricercatori dell'Università della California hanno scoperto e pubblicato sulla rivista Nature un modo semplice ed incredibilmente economico per generare i raggi X: occorre solo srotolare del nastro adesivo nel vuoto.
Se questa scoperta fosse davvero confermata, come sembra,per fare una radiografia non serviranno più apparecchi ingombranti, costosi e pericolosi (si tratta comunque di radiazioni assorbite): basterà solo un rotolo di nastro adesivo.
Ma vediamo in dettaglio l'esperimento
Gli scienziati sono arrivati alla conclusione che srotolare dello scotch alla velocità di 1,18 pollici (quasi 3 centimetri) al secondo, in un contenitore in cui sia stato fatto il vuoto, produce delle radiazioni.
I ricercatori sono riusciti a ottenere con tale sistema addirittura la radiografia di un pollice e già stanno progettandi la realizzazione di una macchina a raggi X con tale semplice tecnologia che soppianterebbe in toto i macchinari enormi attualmente utilizzati.
Anche i rischi sarebbero praticamente azzerati: le radiazioni sarebbero generate solo se prima viene fatto il vuoto e solo se il nastro viene srotolato.Si tratta di apparecchi,quindi, completamente sicuri, da spenti.

da http://seriomanontroppo.it
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categoria:scienza, invenzioni, curiosità
giovedì, 23 ottobre 2008
501 foto, disegni e messaggi sono stati inviati il 10 ottobre dall'Ucraina verso Gliese 581C, un pianeta distante 20 anni luce da noi, per mezzo di un radiotelescopio utilizzato solitamente per seguire le traiettorie degli asteroidi. Il pianeta , che se tutto va bene dovrebbe ricevere i messaggi nel 2029, è stato scelto in quanto si pensa, in base alle sue caratteristiche, possa ospitare la vita.
Qualsiasi risposta ai messaggi, raccolti con una gara, "Un messaggio dalla Terra", lanciata da un network chiamato Bebo, non raggiungerà la Terra prima di 40 anni. Alla gara hanno partecipato 12 milioni di utenti che sono stati invitati a scrivere messaggi su argomenti vari che hanno toccato l'ambiente, la politica, e persino la sfera personale come le relazioni familiari e il primo bacio.
I 500 messaggi selezionati, convertiti in linguaggio binario, viaggeranno nello spazio per 123 trilioni di chilometri dopo essere stati "sparati" da Evpatoria una località dell'Ucraina, via onde radio altamente energetiche, dal radiotelescopio RT-70 dell'Agenzia Spaziale nazionale.
Il "pacchetto" di messaggi, secondo Oli Madgett, direttore scientifico della missione, ha superato la Luna dopo 1.7 secondi, Marte in quattro minuti e ha lasciato da poche ore il Sistema Solare. La speranza degli organizzatori è che questo "carico utile" altamente tecnologico possa raggiungere il pianeta come previsto all'inizio del 2029.
Secondo Seth Shostak, astronomo del programma SETI, Search for Extra Terrestrial Intelligence Institute, California, se c'è qualcuno su quel pianeta che riceverà i segnali inviati, saprà, almeno, che da qualche parte,in direzione di quel sistema di stelle, esiste un pianeta che ospita forme di vita intelligenti.

MANDA IN ORBITA IL TUO NOME
Se vi piace l’idea, anche voi potete inviare il vostro nome attraverso questo link al sito della NASA:
http://polls.nasa.gov/utilities/sendtospace/jsp/sendName.jsp
inserite anche un vostro indirizzo e-mail, il vostro stato e i codici di controllo presenti nel box in basso

Verrete subito indirizzati sulla pagina contenente il vostro certificato personale,
che potete anche scaricare in formato PDF.
Riceverete inoltre una e-mail con il link che punta sul vostro certificato.

da http://gabry58.spaces.live.com
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categoria:scienza, spazio, curiosità, nasa
mercoledì, 08 ottobre 2008

evoluzione 280

Ne avevamo avuto il sospetto guidando nel traffico cittadino o guardando un talk show televisivo: l'evoluzione umana si è fermata.
Ma il punto non è che l'attuale homo sapiens sia il culmine ormai insuperabile della Creazione.
Il fatto è che ci si riproduce a un'età media troppo bassa per favorire le mutazioni necessarie, come riporta il quotidiano britannico The Times.

Come spiega il genetista Steve Jones, il numero di divisioni cellulari - e quindi di probabilità di introdurre un errore "utile" di replicazione del dna - nei maschi aumenta con l'età: se un padre di 35 anni conta circa 300 divisioni cellulari tra lo sperma da cui ha avuto origine e quello che ha trasmesso, per un cinquantenne la cifra supera il migliaio.
Insomma, bisogna fare figli più tardi, indicazione in controtendenza rispetto alle diffuse lamentazioni su calo delle nascite e genitori-nonni.

Un secondo fattore è l'indebolimento della selezione naturale: se nelle epoche passate metà dei bambini moriva prima dei vent'anni, oggi in Occidente la percentuale di sopravvissuti supera il 98%;
infine, la popolazione umana - grazie all'agricoltura - è 10mila volte superiore a quanto dovrebbe essere,  "tutte le popolazioni stanno diventando collegate globalmente e l'opportunità di una mutazione accidentale sta diminuendo: la Storia si fa a letto, ma oggi i letti sono sempre più vicini, ci stiamo mischiando in una massa globale", conclude il ricercatore.

da www.notizie.alice.it

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categoria:scienza, curiosità
martedì, 07 ottobre 2008

Anno 2106, fuga dalla Terra. Non è il titolo di un film di fantascienza, bensì la profezia di Stephen Hawking, il grande astrofisico, autore del best-seller «Dal big bang ai buchi neri» e di innumerevoli studi sull' universo. Interpellato in una conferenza stampa sulla data in cui gli esseri umani potrebbero risiedere su un altro pianeta, lo scienziato britannico ha risposto che «tra vent' anni potremmo avere una base permanente sulla Luna e tra quaranta su Marte». Ma poi ha osservato che, per svariate ragioni, la Luna e Marte non sono adatti a ospitare qualcosa di più di minuscoli avamposti di umani: «Non troveremo niente di bello come la Terra, a meno che non andiamo a cercare in un altro sistema solare. Del resto, se vogliamo garantire la sopravvivenza della nostra specie, dovremo allargare la conquista dello spazio. La vita sul nostro pianeta è sempre più a rischio di estinguersi a causa di disastri naturali, surriscaldamento globale, guerre nucleari, virus geneticamente modificati o altri pericoli». Ce la faremmo a traslocare, in caso di bisogno, su un altro pianeta? Secondo Hawking sì, a una condizione: «Se riusciamo a evitare di sterminarci gli uni con gli altri nei prossimi cent' anni». In altre parole: nel giro di un secolo, avremo i primi avamposti (Luna e Marte) e probabilmente anche la tecnologia necessaria per erigere colonie spaziali su larga scala. Per cui, se intorno al 2106 un disastro minacciasse la sopravvivenza sulla terra, i terrestri potrebbero fuggire altrove. Già, ma dove esattamente? Il Guardian ha stilato una lista, chiedendo ai suoi esperti di valutare i pro e contro. La Luna, per esempio, ha il vantaggio di essere a soli tre giorni di distanza dalla Terra e di offrire una vista favolosa del nostro pianeta: ma ha un panorama piuttosto deprimente, nel lungo termine la mancanza di gravità distruggerebbe muscoli e ossa dei «coloni» terrestri e comunque non è abbastanza grande da ospitarli tutti. Marte è un po' meglio, ha il 40 per cento di gravità della Terra, un qualche tipo di atmosfera, acqua ghiacciata ai poli e probabilmente sotto terra: ma non è facile atterrarvi e occorrono sei mesi per raggiungerlo. Su Venere, per dirne una, fa troppo caldo: a 450 gradi centigradi di temperatura si scioglierebbe anche l' acciaio. Mercurio è troppo freddo ai poli e troppo caldo sul lato che guarda il Sole. E così via. L' unica soluzione, come dice Hawking, sarebbe trovare una replica della Terra in un altro sistema solare: un pianeta grande circa come il nostro, quindi con una simile forza di gravità e alla distanza giusta dalla stella che lo riscalda. Un pianeta del genere potrebbe certamente esistere, ma sulla Terra non abbiamo ancora telescopi abbastanza potenti per localizzarlo. E, se esiste, sorge un problema etico: se ha gravità, ossigeno e la temperatura giusta, su quel pianeta si è sicuramente sviluppata la vita. Potrebbe, insomma, essere già abitato. Significa che, per salvarci, dovremmo appropriarci del pianeta di un' altra specie o chiedere ospitalità. In entrambi i casi, non sarebbe semplice. venere Sulla carta, è il pianeta perfetto: stesse dimensioni rispetto alla terra, non lontano da raggiungere stesse sostanze di base. Il clima, però, è proibitivo: 450 gradi la temperatura e la pressione atmosferica è 100 volte quella della terra. Non c' è ossigeno o acqua. Mercurio rappresenta la scelta più difficile. La regione più adatta ad un' eventuale colonizzazione umana è quella dei poli, con temperature accettabili e riserve d' acqua. Ma la mancanza di campo magnetico renderebbe la vita impossibile. La luna è a soli tre giorni di viaggio ricca di minerali utili a formare ossigeno e combustibili, che potrebbero creare condizioni possibili per la vita. Ma l' assenza di gravità danneggerebbe ossa e muscoli e se la terra rischia la catastrofe, non si sarebbe al sicuro così vicini. Marte dopo la Luna, il pianeta rosso è in teoria il migliore da colonizzare. E' ricco di acqua congelata e potrebbero esserci forme di vita. E' però molto lontano dalla terra, a sei mesi di viaggio, e atterrare sulla sua superficie scoscesa è molto difficile

da www.repubblica.it

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categoria:scienza, misteri, curiosità
martedì, 07 ottobre 2008
Per uno scienziato la torre di Taipei (700.000 tonnellate) potrebbe scatenare sismi
Sotto al grattacielo più alto del mondo (508 metri), che sorge a Taipei, capitale di Taiwan, sono accaduti alcuni terremoti, il più forte dei quali di magnitudo 3,8. Bisogna precisare che si tratta a tutti gli effetti di piccoli terremoti, in grado al massimo di far cadere dei soprammobili e di spaventare le persone, anche se l'epicentro si trovasse sotto uno dei fragilissimi centri storici italiani piuttosto che sotto una metropoli ultra moderna. Cheng-Horng Un, sismologo dell'Accademia Sinica di Taipei, ha analizzato il fenomeno, concludendo che esiste una correlazione certa tra tali terremoti e la costruzione del grattacielo, iniziata nel 1998 (in precedenza il livello di sismicità era molto più basso); e che il peso dell'edificio' (700.000 tonnellate) ha comportato un aumento del carico Iitostatico di almeno 4,7 bar, un valore confrontabile con i valori degli sforzi in gioco nei terremoti. I sismi sarebbero stati generati da una piccola faglia attiva cieca (ovvero una faglia che non arriva a rompere in superficie), cosa quasi scontata se si pensa che ci troviamo in una regione del globo altamente tettonizzata, e quindi con presenza diffusa di faglie a varie scale.
Inoltre, una piccola faglia è cieca per definizione: se potessimo guardare sotto certe città italiane, Bologna per esempio, troveremmo decine di tali faglie attive, e infatti i bolognesi vengono disturbati ogni tanto da terremoti piccoli e meno piccoli.
Cheng-Horng Un si è però guardato bene dal dire che tale quadro possa scatenare terremoti più catastrofici. E per due ragioni:
O l'aumento di pressione Iitostatica indotto dal grattacielo è comunque modesto in relazione alle dimensioni lineari (almeno 10 km) e alla profondità (10-15 km) tipiche di
un terremoto potenzialmente distruttivo;
f) perché non sono attesi forti terremoti nell'area di Taipei. Quest'ultima affermazione, che va owiamente considerata con attenzione (abbiamo la massima stima della giovane sismologia di Taiwan, ma le indagini in tal senso sono state sufficientemente accurate?), contiene la chiave di lettura di tutta la notizia: una cosa è generare sforzi che potrebbero poi dar luogo a un terremoto, una cosa (molto più semplice) è innescare un processo naturale a spese di sforzi già compiuti dalle forze tettoniche globali.
Questo secondo scenario, l'innesco dei terremoti osservati negli ultimi anni a causa del sovraccarico, è molto più verosimile del primo. L’uomo è certamente responsabile dell'estinzione di molte specie animali e di numerosi fenomeni di subsidenza e erosione accelerata, ed è sicuramente sospettabile di aver introdotto elementi di modificazione del clima. Ma, anche volendo, non sarebbe in grado di creare le condizioni per futuri terremoti.
da http://architettura-ingegneria.blogspot.com
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domenica, 05 ottobre 2008
 Viveva nel mare 570 milioni di anni fa, il più "vecchio" animale con le zampe a tutt'oggi noto.
Aveva un corpo lungo circa un centimetro e un numero imprecisato, ma sicuramente numeroso, di zampe, piuttosto lunghe e molto sottili, tanto da lasciare impronte simili a punte di spillo. Con questi arti si spostava sul tappeto di sedimenti soffici e compatti del mare poco profondo che si estendeva dove oggi si trova lo Stato americano del Nevada.

Un nome non lo ha ancora ricevuto, perché tutto quello che resta di questa strana creatura sono le impronte, scoperte dal gruppo di geologici dell'Università dell'Ohio coordinato da Loren Babcock e presentate per la prima volta oggi negli Stati Uniti, nel congresso della Società Geologica Americana in corso a Houston. La scoperta è tutt'altro che una semplice curiosità: l'evidenza che 570 milioni di anni fa sulla Terra vivessero animali in grado di camminare sposta infatti indietro di 30 milioni di anni il momento in cui sono comparsi sul nostro pianeta i primi animali dotati di zampe. A riscrivere la storia della vita animale sulla Terra sono due file parallele di minuscole impronte simili a puntini, ognuno del diametro di circa due millimetri.

Alla luce di questa scoperta, quindi, il primo animale con le zampe è vissuto nel periodo Ediacarano, il cui inizio è fissato a 635 milioni di anni fa, l'era geologica che precede il Cambriano, nel quale la vita sulla Terra è letteralmente esplosa, con la comparsa di numerose nuove specie. L'Ediacarano è da sempre considerato un periodo popolato da organismi estremamente semplici, come coralli o vermi, ma la scoperta delle impronte suggerisce che forse le cose non era così. Per la prima volta, osserva Babcock, "abbiamo l'evidenza che in quell'epoca è esistito un animale dotato di zampe e in grado di camminare". Babcock ha scoperto le tracce per caso, mentre studiava le rocce in una località del Nevada vicina a Goldfield.


"Arrivammo su un affioramento che risaliva all'epoca a cavallo fra Precambriano e Cambriano, così ci siano fermati a dare un'occhiata. Ci siamo seduti e abbiamo cominciato a cercare tra le rocce. Nemmeno un'ora dopo abbiamo visto le impronte". Il primo sospetto è stato che si trattasse di un animale simile a un millepiedi o comunque a un verme con piccole zampe.
I fossili più antichi finora scoperti risalgono a circa 520 milioni di anni fa e a 540 milioni di anni fa, in pieno Cambriano. Le impronte fossili del Nevada, invece, non solo appartiene al più antico animale con le zampe finora noto, ma sono la prova che animali complessi popolavano la Terra prima del Cambriano.

Adesso il gruppo di Babcock sta proseguendo le ricerche nella stessa regione in cui sono state scoperte le impronte, ma ci sono anche altre località nelle quali potrebbero trovarsi fossili antichissimi: per esempio, in passato, fossili di animali molto semplici che risalgono all'Ediacarano sono stati scoperti in Russia (nell'area del Mar Bianco), in Australia meridionale o in Namibia.

da http://repubblica.it

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categoria:scienza, misteri, curiosità
mercoledì, 01 ottobre 2008

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 L'uomo la abita da centinaia di migliaia di anni, eppure non ha ancora risolto tutti i misteri che avvolgono il pianeta che chiama casa. Tra i tanti dubbi e interrogativi che devono ancora essere risolti, la prestigiosa rivista New Scientist ne seleziona sette, a suo dire i più importanti per la comprensione del nostro "bellissimo ed enigmatico mondo".
IL SONDAGGIO DI REPUBBLICA.IT
Come mai sulla terra si sono create le condizioni migliori? Il nostro pianeta, l'unico conosciuto dove c'è vita, è nato dalla stessa nuvola di gas e polvere di cui sono composti gli altri corpi del sistema solare. Mancano però tanti dettagli su come possano essersi manifestate le giuste condizioni per la comparsa della vita e la giusta distanza dal Sole non basta come risposta.
Cosa è successo durante l'Età Oscura della Terra? I primi 500 milioni di anni del pianeta, il cosiddetto "eone adeano", sono ad oggi avvolti dal mistero. Quando la giovane Terra fu investita da un corpo celeste delle dimensioni di Marte, i detriti sollevati dalla collisione hanno oscurato la luce e generato la Luna, ma "di questo periodo - dichiara la rivista scientifica - non sappiamo pressoché nient'altro".

Da dove viene la vita sulla Terra? E' uno degli interrogativi più affascinanti. Accantonata la remota possibilità che la vita sia arrivata sul pianeta attraverso un meteorite partito da chissà dove, esistono ad oggi numerose idee contrastanti che affrontano la difficoltà di trovare ed analizzare materiali risalenti ad oltre 4 miliardi di anni fa, periodo al quale si fa risalire la comparsa delle prime forme di vita.
Perché la Terra ha la tettonica a zolle? Tra tutti i pianeti conosciuti, il nostro è l'unico che presenta una divisione in placche, in continuo movimento e alla base della continua rigenerazione della crosta terrestre. Alle zolle si ricollegano fenomeni come la formazione dei pozzi petroliferi e la varietà dei minerali.
Cosa c'è al centro della terra? La risposta in realtà esiste ed è ferro. Ma New Scientist invita a non fermarsi a questo perché in realtà rimangono molti interrogativi. Il nucleo terrestre, dal diametro simile alla Luna, è composto da un involucro liquido di ferro e nichel e da un cuore solido quasi esclusivamente ferroso, ma alla nascita del pianeta la situazione era molto diversa, e proprio sul quando e perché di questa modifica, il dibattito scientifico è ancora fermo.
Perché il clima della Terra è così stabile? Un tempo la Terra non era l'unico corpo celeste ricoperto per gran parte della sua superfice da acqua (indispensabile per il mantenimento della vita) ed anche su Venere e Marte esistevano distese liquide, che sono però scomparse a causa di un clima estremamente variabile. Sul nostro pianeta invece la temperatura è rimasta pressoché stabile per almeno 4 miliardi di anni, una "fortuna" che non ha ancora trovato motivazioni certe.
Possiamo prevenire i terremoti e l'eruzione dei vulcani? La facilità di stabilire dove si verificheranno i fenomeni dovuti al movimento delle placche si scontra con la quasi impossibilità di dire esattamente quando questi accadranno. Le attuali "previsioni" si basano sul calcolo delle probabilità che parte dai terremoti registrati nei passati anni. Un sistema tutt'altro che solido e che presenta numerose lacune.

da www.thepolloweb.blogspot.com

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lunedì, 22 settembre 2008
Da domani viaggeremo con i conti in rosso, consumeremo più risorse di quelle che la natura fornisce in modo rinnovabile. Ci stiamo mangiando il capitale biologico accumulato in oltre tre miliardi di anni di evoluzione della vita: nemmeno un super intervento come quello del governo degli Stati Uniti per tappare i buchi delle banche americane basterebbe a riequilibrare il nostro rapporto con il pianeta. Il 23 settembre è l'Earth Overshoot Day: l'ora della bancarotta ecologica.

Il giorno in cui il reddito annuale a nostra disposizione finisce e gli esseri umani viventi continuano a sopravvivere chiedendo un prestito al futuro, cioè togliendo ricchezza ai figli e ai nipoti. La data è stata calcolata dal Global Footprint Network, l'associazione che misura l'impronta ecologica, cioè il segno che ognuno di noi lascia sul pianeta prelevando ciò di cui ha bisogno per vivere ed eliminando ciò che non gli serve più, i rifiuti.
Il 23 settembre non è una scadenza fissa. Per millenni l'impatto dell'umanità, a livello globale, è stato trascurabile: un numero irrilevante rispetto all'azione prodotta dagli eventi naturali che hanno modellato il pianeta. Con la crescita della popolazione (il Novecento è cominciato con 1,6 miliardi di esseri umani e si è concluso con 6 miliardi di esseri umani) e con la crescita dei consumi (quelli energetici sono aumentati di 16 volte durante il secolo scorso) il quadro è cambiato in tempi che, dal punto di vista della storia geologica, rappresentano una frazione di secondo.

Nel 1961 metà della Terra era sufficiente per soddisfare le nostre necessità. Il primo anno in cui l'umanità ha utilizzato più risorse di quelle offerte dalla biocapacità del pianeta è stato il 1986, ma quella volta il cartellino rosso si alzò il 31 dicembre: il danno era ancora moderato.


Nel 1995 la fase del sovraconsumo aveva già mangiato più di un mese di calendario: a partire dal 21 novembre la quantità di legname, fibre, animali, verdure divorati andava oltre la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi; il prelievo cominciava a divorare il capitale a disposizione, in un circuito vizioso che riduce gli utili a disposizione e costringe ad anticipare sempre più il momento del debito.

Nel 2005 l'Earth Overshoot Day è caduto il 2 ottobre. Quest'anno siamo già al 23 settembre: consumiamo quasi il 40 per cento in più di quello che la natura può offrirci senza impoverirsi. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, l'anno in cui - se non si prenderanno provvedimenti - il rosso scatterà il primo luglio sarà il 2050. Alla metà del secolo avremo bisogno di un secondo pianeta a disposizione.

E, visto che è difficile ipotizzare per quell'epoca un trasferimento planetario, bisognerà arginare il sovraconsumo agendo su un doppio fronte: tecnologie e stili di vita. Lo sforzo innovativo dell'industria di punta ha prodotto un primo salto tecnologico rilevante: nel campo degli elettrodomestici, dell'illuminazione, del riscaldamento delle case, della fabbricazione di alcune merci i consumi si sono notevolmente ridotti.

Ma anche gli stili di vita giocano un ruolo rilevante. Per convincersene basta confrontare il debito ecologico di paesi in cui i livelli di benessere sono simili. Se il modello degli Stati Uniti venisse esteso a tutto il pianeta ci vorrebbero 5,4 Terre. Con lo stile Regno Unito si scende a 3,1 Terre. Con la Germania a 2,5. Con l'Italia a 2,2.

"Abbiamo un debito ecologico pari a meno della metà di quello degli States anche per il nostro attaccamento alle radici della produzione tradizionale e per la leadership nel campo dell'agricoltura biologica, quella a minor impatto ambientale", spiega Roberto Brambilla, della rete Lilliput che, assieme al Wwf, cura la diffusione dei calcoli dell'impronta ecologica. "Ma anche per noi la strada verso l'obiettivo della sostenibilità è lunga: servono meno opere dannose come il Ponte sullo Stretto e più riforestazione per ridurre le emissioni serra e le frane".

da www.informazione.it


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categoria:scienza, curiosità
giovedì, 18 settembre 2008

Fridman propose una soluzione alle equazioni di campo della relatività generale riguardo all'espansione dell'universo, provata in seguito dalle osservazioni di Edwin Hubble del 1929. Alcuni scritti di Fridman, tra cui Über die Möglichkeit einer Welt mit konstanter negativer Krümmung des Raumes (Sulla possibilità di un mondo con curvatura negativa costante), pubblicati dall'Accademia delle Scienze di Bruxelles il 7 gennaio 1924, dimostravano che aveva studiato i tre modelli, che descrivevano curvatura positiva, zero e negativa, un decennio prima che Howard Percy Robertson e Arthur Geoffrey Walker pubblicassero le loro analisi.

L'idea di un universo in esapnaisone e non statico, risale al novecento inoltrato, quando questa scoperta poteva effettuarsi sin dalla fine del seicento, con le leggi sulla gravitazione che già si conoscevano. La mentalità di un universo statico era così radicata e indiscutibile che perfino Einstein modificò le sue formule per consentire i calcoli in un sistema immobile usando la costante cosmologica.

Fridman fu un precursore del suo tempo, le sue scoperte si rivelarono esatte.

Primo modello: L'universo non è infinito nello spazio, ma lo spazio non ha alcun limite. La gravità è così forte che lo spazio si incurva su se stesso, venendo ad assomigliare in qualche misura alla superficie della Terra. Se si continua a viggiare in una certa direzione sulla superficie della Terra, non ci si imbatte mai in una barriera invalicabile nè si cade giù da un margine, ma si finisce al punto di partenza. Nel primo modello di Fridman lo spazio è esattamente così.

Nel secondo modello, l'espansione dura per sempre e lo spazio è incurvato nel modo opposto, come la superficie di una stella. In questo caso lo spazio è infinito.

Nel terzo modello, l'espansione ha la velocità minima che si richiede per evitare il collasso, quindi lo spazio è piatto e anche in questo caso è infinito.

Ancora oggi è difficile dire quale dei modelli rispecchi la relatà, in virtù delle nuove scoperte in materia di teoria quantistica. Sta di fatto che Fridman ebbe un'intuizione geniale che consentì alla scienza di avazare, anche se i sui "benefici"  furono postumi.

 

Prima parte tratta da http://wikipedia.org . Spiegazione dei modelli presi dal libro "Dal Big Bang ai buchi neri" di Stephen Hawking, che il prof Leo54 mi ha gentilmente prestato.

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mercoledì, 10 settembre 2008

Un lancio verso l'esplorazione delle frontiere dell'infinitamente piccolo: la tensione che oggi ha accompagnato l'avvio dell'acceleratore piu' grande del mondo, il Large Hadron Collider (Lhc) del Cern di Ginevra, e' paragonabile a quella del lancio di una navetta spaziale. L'obiettivo, in questo caso, e' ancora piu' ambizioso perche' una macchina cosi' grande e potente promette di rivoluzionare la fisica: la scommessa e' riuscire a capire quello che e' successo negli istanti che hanno immediatamente seguito il Big Bang che ha dato origine all'universo, quando molto probabilmente sono entrate in gioco leggi fisiche molto diverse da quelle note oggi. ''E' stato un lancio nel microcosmo'', ha detto il presidente dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), che ha seguito tutte le fasi dell'avvio dell'Lhc dalla sede centrale dell'istituto a Roma, in collegamento con il Cern. Un evento storico e ''importantissimo'', come lo ha definito il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) ed ex direttore generale del Cern, Luciano Maiani, che ha seguito le operazioni da Ginevra. Un successo pieno, quello ottenuto oggi, e vissuto fra un grande entusiasmo. Nella notte qualche difficolta' nell'apparato che controlla le bassissime temperature della macchina aveva creato qualche momento di tensione, che questa mattina ha comportato un leggero ritardo. Ma tutto e' stato superato nel migliore dei modi. Sotto gli occhi si tutto il mondo (dal Big Bang Breakfast organizzato in Gran Bretagna al pigiama party imposto agli Stati Uniti per il fuso orario) la macchina si e' accesa e il primo fascio di protoni l'ha percorsa interamente, completando il giro dei 27 chilometri dell'anello dell'Lhc in poco meno di un'ora, alle 10,27. In realta', ha spiegato il vicepresidente dell'Infn, Umberto Dosselli, i protoni sono stati iniettati a un'alta energia (450 miliardi di elettronvolt, GeV), tale da far raggiungere il 99% della velocita' della luce e percorrere un intero giro in un decimo di secondo. Ma per verificare che la macchina riuscisse a ''vederle'' in ogni punto del percorso, le particelle sono state bloccate in almeno otto diverse tappe da schermi simili a lastre fotografiche. Di volta in volta venivanno iniettati nuovi fasci (tutti relativamente piccoli, di qualche milione di protoni), ognuno dei quali bloccato in un punto diverso e misurato. Tappa dopo tappa, i protoni sono stati ''visti'' da tutti gli apparati dei quattro esperimenti dell'acceleratore (Alice, Cms Lhcb e Atlas). Ma il primo ''lampo'' e' esploso quando i potoni hanno incontrato il gas residuo nell'esperimento Cms. E' stato un altro dei momenti emozionanti di questa lunga mattinata. Poi l'applauso e i brindisi che hanno salutato il completamento del primo giro in questo percorso a tappe. ''Adesso - ha aggiunto Dosselli - si continua a iniettare nuovi fasci di particelle, in questa fase di rodaggio della macchina. L'Lhc funzionera' a regime fra qualche mese, nel quale una delle cose principali da fare sara' imparare a capire quando fascio diventa instaile e a gestirlo''. Le prime collisioni sono attese fra circa un mese e per l'inizio del prossimo anno l' acceleratore piu' potente del mondo funzionera' a regime, alla temperatura di 7.000 miliardi di elettronvolt (TeV). Inizia l' avventura dell'Lhc, che funzionera' almeno per i prossimi 25 anni, ma forse anche di piu', visto che periodicamente sara' modificata e ''ringiovanita''.

da http://ansa.it

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categoria:scienza, invenzioni, curiosità
domenica, 31 agosto 2008

 Il Polo Nord si può circumnavigare: per la prima volta nella storia dell'uomo, i ghiacci che coprivano i passaggi a Nordest e Nordovest si sono sciolti in modo simultaneo, creando così nuove importanti rotte per i trasporti marittimi mondiali. La notizia arriva da un team di ricercatori dell'Università tedesca di Brema (Nord), ma affinché le navi possano utilizzare senza alcun pericolo questi percorsi si dovrà aspettare ancora qualche tempo. Intanto, nuove immagini satellitari analizzate dai ricercatori tedeschi non lasciano ombra di dubbio: mai negli ultimi 125 mila anni, il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci alle estremità orientale e occidentale del Polo Nord si era verificato contemporaneamente.

Christian Melsheimer, dell'Università di Brema, ha confermato la scoperta al sito Internet del settimanale tedesco Der Spiegel e Mark Serreze, del Centro nazionale di statistica sulla neve e il ghiaccio di Boulder (Colorado), ha detto alla stessa testata: "Da quanto mi risulta è la prima volta che i due passaggi sono navigabili". Nel 2005 si era aperto il passaggio a Nordest, mentre quello a Nordovest continuava a rimanere bloccato. Poi, nel 2007, si era formata una lingua di ghiaccio a Nordest, di fatto chiudendo di nuovo la rotta russa. Gli scienziati di Brema hanno scoperto che nei giorni scorsi si sono sciolti i ghiacci della rotta a Nordovest, che va dal Nord dell'isola di Baffin fino al mare di Beaufort a Sud dell' isola di Vittoria. Poco dopo, si è riaperto completamente anche il passaggio a Nordest, in quanto si è sciolta la lingua di ghiaccio che si estendeva lungo la Russia attraverso il mare Laptev della Siberia.

E le compagnie di trasporti marittimi sono già impazienti. Il Gruppo Belua, di Brema, sta pensando di inviare una nave attraverso il passaggio a Nordest, una rotta notevolmente più corta rispetto al normale viaggio attraverso il Canale di Suez. Basti pensare che da Amburgo fino al porto giapponese di Yokohama, il viaggio attraverso questo passaggio è di sole 7.400 miglia nautiche, appena il 40% rispetto alle 11.500 miglia nautiche del Canale di Suez. Ma difficilmente questa rotta verrà aperta al commercio in tempi brevi. Le autorità russe, infatti, non hanno ancora dato i necessari permessi alle compagnie e, secondo alcuni esperti, le compagnie assicurative vorranno conferme ufficiali prima di dare il via libera. Intanto, gli scienziati saranno costretti a rivedere le loro previsioni. Fino a oggi, si pensava che la calotta polare artica sarebbe scomparsa nel 2070. Ma già molti prevedono che, a causa del riscaldamento del pianeta, questo succederà entro il 2030. E già un ricercatore della Naval Postgraduate School di Monterey (California), Wieslaw Maslowski, ritiene che tra metà luglio e metà settembre non ci sarà più ghiaccio dal 2013.
 

da http://ansa.it

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categoria:scienza, curiosità
sabato, 02 agosto 2008

Il termine OOPARTS sta a significare praticamente "reperti al di fuori di ogni logica convenzionale collocazione, tale da mettere in crisi la visione delle cose che la scienza ritiene di aver ormai acquisito".

L' argomento in questione comprende diversi oggetti "impossibili", che sono stati trovati dove non avrebbero dovuto essere.

Il più famoso, forse, è il geode ritrovato nei pressi di olancha, in California, nelle montagne di Coso, il 13 febbraio 1961, da una spedizione geologica guidata da Mike Mikesell, Wallace A. Lane e Virginia Maxey.

Questo geode, stranamente senza cavità interne, caratteristica che distingue queste pietre, presenta invece al suo interno una sezione perfettamente circolare di un materiale durissimo.
Il geode sarebbe stato datato ad almeno 500.000 anni fa.


Il "geode di Coso" tagliato in due e visto esternamente


Il geode sezionato e visto internamente

Ulteriori osservazioni sulle fotografie e sulle radiografie del reperto rivelarono che l 'oggetto sezionato presentava una parte metallica esagonale, un isolante di materiale che poteva essere ceramica o porcellana con un filo metallico centrale: i principali componenti di "una candela d' accensione" di un moderno motore a scoppio.


La radiografia del geode di Coso in visione frontale e laterale

Gli ominidi viaggiavano in motocicletta?

Un altro reperto "impossibile" è quello citato da Charles Fort e ritrovato in seguito al brillamento di un massiccio conglomerato di roccia a Dorchester, Massachusetts, nel 1851. Tra i frammenti di roccia generati dall' esplosione, venne individuato un sottile reperto concavo di metallo, accanto al quale ve ne era una ltro del tutto simile. Si scoprì che i pezzi combaciavano perfettamente tra loro a formare un recipiente a campana alto 11,4 centimetri, largo 6,3 centimetri alla sommità e 16,5 centimetri alla base, l' oggetto era spesso 3 millimetri e composto principalmente d' argento.


Il vaso di Dorchester

Presso la sommità, dove apparentemente la maniglia si era spezzata, l' oggetto presentava un orifizio di circa 4 centimetri di diametro. Presentava raffinate decorazioni eseguite con un tipo di saldatura.
La roccia nella quale fu rinvenuto era un granito formatosi almeno un miliardo di anni fa.

Un altro reperto, di cui però si hanno pochissime notizie, è il "martello di London", rinvenuto in Texas.


Il martello di London

Questo oggetto fu rinvenuto in un blocco di arenaria datato 140 milioni di anni.

Un reperto, o meglio, "l 'ombra" di un reperto è però quello che più lascia stupefatto chi ne viene a conoscenza; si tratta di un' impronta fossile di calzatura dotata di tacco rinvenuta presso Antelope Springs, nello Utah.

Apparentemente, si nota una suola di scarpa, munita di tacco, con impressa la forma di un trilobite, piccolo crostaceo vissuto fra i 300 ed i 600 milioni di anni fa.


L' impronta di calzatura rinvenuta nello Utah. Si può notare il trilobite, di forma circolare, impresso nel tacco.

La suola è lunga 36 centimetri e larga 8, con la sporgenza del tacco ben visibile.
Chi calzava scarpe prima ancora che nascessero i dinosauri?

Ed ancora:

la lente ottica molata rinvenuta in una tomba ad Helwan, in Egitto, e custodita al British Museum.


La lente rinvenuta a Helwan

Altri reperti "impossibili":

Nel 1851, nel Massachusetts, un collezionista di minerali ruppe accidentalmente un blocco di quarzo della grandezza di un pugno. Il blocco rivelò al suo interno un chiodo di ferro lungo sette centimetri, leggermente corroso ma perfettamente diritto e con la testa perfettamente distinguibile.

A Bearcreek, nel Montana, nel 1926 venne trovato in una miniera di carbone un blocco del minerale nel quale era incastrato un dente umano, per la precisione un secondo molare inferiore, interamente fossilizzato, identico al dente di un uomo della nostra epoca. Secondo le stime dei geologi, il carbone della miniera si era formato intorno ai dieci milioni di anni fa.


Il dente ritrovato nel blocco di carbone

Un FRAMMENTO DI ACCIAIO identico alla punta di un trapano è stato trovato in Scozia, nel 1852, racchiuso in un blocco di carbon fossile. Il carbone della miniera risale ad almeno undici milioni di anni fa.

la FIBBIA DA CINTURA rinvenuta in Cina nei pressi della tomba del generale Chou Chu, della dinastia Chin, vissuto dal 265 al 316 d.C. Dall' analisi compiuta dall' istituto di fisica applicata dell' Accademia delle Scienze cinese e dal politecnico di Dunbai, si è appurato che il metallo della fibbia è una lega formata dal 5% di manganese, dal 10% di rame e dall' 85% di alluminio.

La scienza ufficiale però ci dice che l' alluminio sarebbe stato scoperto solo nel 1803 e si è riusciti a produrlo in forma sufficientemente pura solo nel 1854. Attualmente, il processo di estrazione dell' alluminio dalla bauxite è molto complesso ed implica l' uso di un forno di tipo "Reverbier", di una camera di rifrazione e di un generatore di corrente, oltre all' elettrolisi ed a temperature superiori ai 950°C.

Una RADIO A GALENA rinvenuta su uno scheletro umano e risalente a circa 2500 anni fa, scoperta in una caverna nella zona di Yianghe, nella provincia sud-orientale di Yiangxi in Cina, ad opera di una équipe di archeologi guidata dal prof. Han della Nanking University.
Il reperto è costituito da due auricolari collegati ad una scatola contenente delle lamine d' argento (forse funzionanti da trasduttori di frequenze) e un cristallo di colore viola (avente forse funzione di antenna .
Indossando gli auricolari, si udrebbe un suono che si ritiene essere un canto funebre inneggiante all 'oltretomba.

Nel 1869, presso il Miner's Saloon di Treasure City, nel Nevada, venne esposto un frammento di feldspato proveniente dalla locale miniera di Abbey. Nella roccia era incassato qualcosa che rassomigliava ad una comune vite lunga 5 centimetri, così perfettamente delineata nel solco elicoidale del filetto, che i molti che ebbero modo di osservarla asserirono che si trattava senza dubbio di una vera e propria vite di ferro, rimasta misteriosamente intrappolata nella pietra.

Una curiosa scoperta fu effettuata dalla signora S.W. Culp di Morrisonville, nell' Illinois, nel 1891.
La donna stava rompendo un grosso pezzo di carbone, prima di infilarlo nella stufa. Nel romperlo, rimase sorpresa poichè al suo interno scoprì una catenina d' oro della lunghezza di 25 cm., e quando cercò di prenderla tra le mani si accorse che era saldamente attaccata al pezzo di carbone, e dovette usare una certa forza per staccarla dal blocco. Al chè si accorse che era rimasta un' impronta nitida della catenella impressa nel carbone. Sottoposta ad un esame, la catenella risultò del peso di 12 grammi e costituita di oro a 8 carati.

Come si possono classificare tutti questi oggetti, testimonianze vere di un passato ancora da scoprire o banali frodi?
Potrebbero essere frutto di scherzi di alcuni burloni, anche se alcuni ritrovamenti sarebbero stati "impossibili" da architettare, come gli oggetti ritrovati all' interno di blocchi di pietra di milioni di anni fa. Proviamo allora a pensare se anche solo uno di questi oggetti non fosse opera di qualche buontempone: sconvolgerebbe tutto quello che finora sappiamo della storia dell' evoluzione umana.
Quindi, sarà opportuno non continuare ad ignorare tutto ciò che è stato e verrà trovato.

da http://web.genie.it/utenti/m/mysteryworld/ooparts.html

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categoria:scienza, misteri, curiosità
venerdì, 30 maggio 2008

La NASA, la straordinaria agenzia governativa civile responsabile per il programma spaziale degli Stati Uniti d'America e per la ricerca aerospaziale civile e militare,ha avviato un programma chiamato Send Your Name to the Moon (Manda il tuo nome verso la luna), un nome che è tutto un programma.

In parole povere, basterà inserire nome e cognome negli appositi campi, per poi così poter essere certi che saremo fra i nomi presenti nel database della stessa NASA, che poi trascriverà in un microchip che verrà rilasciato proprio sulla Luna dalla sonda LRO.

Inoltre vi sarà "certificato" con un file *.pdf, la vostra partecipazione alla missione astronomica. Il sito potrà ricevere nomi e cognomi per la missione fino al 27 Giugno. Sembra che la NASA abbia voluto creare questo servizio per cercare di avvicinare quella fetta di utenti pionieri della rete, all'astronomia.

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categoria:scienza, spazio, invenzioni, curiosità, nasa
martedì, 20 maggio 2008

Il World Wide Web è nato al CERN nel 1989, da un'idea di Tim Berners-Lee e Robert Cailliau. Nacque come progetto marginale nel 1980 chiamato ENQUIRE basato sul concetto dell'ipertesto (anche se Berners-Lee ignorava ancora la parola ipertesto). Con lo scopo di scambiare efficientemente dati tra chi lavorava a diversi esperimenti è stato introdotto al CERN nel 1989 con il progetto WorldWideWeb, il primo browser sviluppato sempre da Berners-Lee. Inoltre Tim Berners-Lee sviluppò le infrastrutture che servono il Web e cioè il primo web server.

Il 30 aprile 1993 il CERN annunciò che il World Wide Web sarebbe stato libero per tutti. Una copia della prima pagina web, creata da Berners-Lee, è disponibile qui.

Nel 1993 la NCSA rilasciò il primo browser grafico, Mosaic. Da quel momento lo sviluppo del www fu inarrestabile.

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categoria:informatica, scienza, invenzioni, curiosità, cern
lunedì, 05 maggio 2008
L'aveva previsto Leon Chua nel 1971: oltre a induttore, resistore e condensatore, nei circuiti poteva e doveva esserci altro. Le sue brillanti equazioni matematiche lo prevedevano, ma fino ad oggi del memristore - così era stato soprannominato il quarto elemento fantasma, unendo le parole memoria e resistore - non c'era traccia. Ora, invece, i ricercatori degli HP Labs sembrano avercela fatta: con un articolo pubblicato su Nature hanno annunciato di aver finalmente individuato una tecnica per costruire dispositivi in grado di riprodurre il comportamento di un memristore, e di essere pronti ad invadere il mercato con questa tecnologia entro pochi anni.

Immagine al microscopio di una batteria di memristori"Scoprire qualcosa di nuovo e allo stesso tempo così importante in un settore così maturo come l'ingegneria elettrica è una bella sorpresa" commenta soddisfatto R. Stanley Williams, a capo del Quantum System Lab che ha costruito il prototipo: "Realizzando un modello matematico per la fisica del memristore, HP Labs ha reso possibile lo sviluppo di circuiti integrati che potranno migliorare drasticamente le performance e l'efficienza energetica di PC e datacenter". Da parte sua Chua, che ora ha 71 anni e ha dovuto attenderne 37 per vedere dimostrate le sue teorie, si dice entusiasta: "Non avrei mai pensato di vivere abbastanza a lungo da vedere tutto questo realizzarsi. Sono elettrizzato, perché tutto questo è la dimostrazione che non si era trattato solo di un parto della mia immaginazione".

Un memristore è una sorta di resistore variabile: in base alla quantità e al verso della corrente che lo attraversa è in grado di variare la propria resistenza, secondo una legge precisa caratterizzata dalle sue proprietà fisiche. La vera particolarità del memristore, tuttavia, è la capacità di ricordare: anche se disattivato, se privato dell'alimentazione, nel dispositivo resta una traccia dello stato precedente, prontamente disponibile una volta venga di nuovo chiamato in causa.

Per costruire un memristore, o meglio una batteria di memristori, Williams e il suo team si sono avvalsi della loro esperienza nel campo della nanotecnologia: una serie di nanocavi di platino vengono intersecati da un altro minuscolo filamento dello stesso materiale, ed interfacciati nella giunzione da un sottile strato di biossido di titanio. Quello mostrato in foto altro non è che un circuito formato da 17 memristori, lunghi circa 50 nanometri ciascuno.

Combinando questo tipo di dispositivi con il concetto di crossbar latch, introdotto dalla stessa HP nel 2005, i ricercatori si dicono certi di poter in pochi anni stravolgere per sempre il mercato delle memorie: DRAM, magnetiche, a stato solido, tutte potrebbero venire rimpiazzate in breve, surclassate dalle caratteristiche invitanti del memristore. Ad esempio, si potrebbe aumentare di 5 o 6 volte la capacità di immagazzinamento dati per pollice quadrato rispetto alle più avanzate tecnologie in circolazione, senza incappare in fastidiosi effetti collaterali come il decadimento rapido dell'efficienza dopo alcune centinaia di migliaia di accessi, tipico delle memorie a stato solido.

Una RAM che non ha bisogno di continui refresh per immagazzinare i dati, che non si cancella allo spegnimento del computer, sarebbe a portata di mano: niente più boot, niente più perdita di dati in caso di mancanza di alimentazione. Senza contare l'enorme risparmio energetico: quando non è utilizzato, il memristore può essere tranquillamente spento riducendo al minimo i consumi. Anche l'attuale architettura di von Neumann potrebbe venire profondamente rivista, venendo meno la necessità di una memoria di massa in cui archiviare i dati: un dispositivo a memristori potrebbe fungere contemporaneamente da memoria principale e da hard disk, diminuendo drasticamente tempi di accesso e di elaborazione.

Al momento il memristore è più lento di un ordine di grandezza in termini di velocità rispetto alle DRAM, ma il suo costo produttivo e la densità di immagazzinamento potrebbero giocare un ruolo importante nella decisione delle aziende nel passaggio alla nuova tecnologia. Le doti di questi dispositivi, inoltre, potrebbero anche riservare sorprese inaspettate: i computer potrebbero scavalcare persino la classica codifica binaria, e lanciarsi verso nuovi orizzonti di computazione.

È pensabile una memoria a memristori in grado di replicare alcune funzioni dei neuroni umani per quanto attiene l'immagazzinamento dei dati, migliorando l'efficacia della macchina in compiti quali il riconoscimento di figure o nella biometria: "Invece di scrivere programmi per computer per simulare il funzionamento del cervello - spiega Williams - potremmo invece pensare ad hardware in grado di emulare quei meccanismi". Una macchina in grado di apprendere dall'esperienza, migliaia di volte più abile dei computer attuali nello svolgere alcuni tipi di compiti, che oggi sono per forza di cose ad appannaggio esclusivo degli uomini.

Per costruire un memristore non occorre alcun tipo di modifica particolare all'attuale ciclo di produzione dei dispositivi elettronici. Le attuali infrastrutture potrebbero iniziare a sfornarne in quantità in pochi mesi, e per questo, secondo Williams, sarà solo questione di tempo prima che qualcuno decida di investire e dare vita ad una nuova generazione di memorie: "La chiave sarà realizzare tutti gli strumenti necessari al design dei circuiti, e dunque trovare un settore dove impiegarli. Ma quanto tempo ci vorrà - conclude lo studioso - è più un problema di business che di tecnologia".

Se le promesse del memristore verranno mantenute, magari non sarà possibile superare davvero la legge di Moore, ma rispettarla alla lettera sarà senz'altro possibile anche negli anni a venire.

da www.puntoinformatico.it

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categoria:informatica, scienza, invenzioni, curiosità
martedì, 22 aprile 2008

Oggi è il 22 aprile. E si “festeggia” una particolare ricorrenza. Oggi, infatti, è la giornata internazionale per la nostra Terra. Oggi è si celebra l’Earth Day. “Il 22 aprile è il giorno in cui l’uomo fa la pace col pianeta”. Queste le parole che l’ecologo Barry Commoner ha pronunciato in questo giorno tanto importante per capire cosa possiamo fare per salvaguardare l’ambiente che ci circonda.

Questa ricorrenza è nata il 22 aprile del 1970, quando almeno 20 milioni di americani scesero in piazza per manifestare per la salvaguardia della terra. L’iniziativa voluta da Gerald Ford, ogni anno anima milioni di persone in tutto il mondo. In questa occasione Sky Cinema e Sky Tg 24 hanno dedicato una programmazione dedicata all’Earth Day, con documentari e un’intervista con Jovanotti, che da tempo si batte per la difesa dell’ambiente.

postato da: T3rminator alle ore 20:49 | Permalink | commenti (1)
categoria:ambiente, scienza, dibattito
venerdì, 11 aprile 2008

Il prof. Leo54, ha scritto ieri un post sul suo blog nel quale si parla del raggio verde (per ulteriori informazioni, leggetelo su www.leo54.splinder.it). Incuriosito dal fenomeno, ho trovato online delle foto davvero belle, ve ne propongo alcune, con la speranza che anche voi, e io, magari un giorno possiate vedere questo fenomeno naturale che ha dell'incredibile!

 

 

Il raggio verde
proietta
nel buio del mondo
nuovi orizzonti
di speranza
per costruire
l'unità del cosmo.
                       (P. Candy)

 

postato da: T3rminator alle ore 13:55 | Permalink | commenti (2)
categoria:scienza, dibattito, curiosità

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